A proposito di concorsi e politica scientifica.
E' stato messo in piedi un meccanismo per cui solo pochi,
autonominatisi arbitri di decisioni che dovrebbero essere prese su
basi "oggetive" di merito scientifico, contano. Un meccanismo in cui
alcuni colleghi si dichiarano, o sono convinti a dichiarasi,
"disponibili" a essere nominati commissari di concorso in sedi
opportunamente scelte (alcune lettere in poposito si trovano ancora su
questo sito); laddove essere disponibili dovrebbe essere parte dei
normali doveri dei docenti universitari e (quindi) non dovrebbe essere
neppure dichiarato.
Le elezioni danno apparentemente risultati di solito sicuri garantendo
di fatto comode maggioranze. Al momento del concorso si arriva
talvolta a consigliare la non partecipazione a candidati "scomodi"
perche' si e' gia' deciso altrove chi debba ottenere
idoneita'. Adducendo motivazioni (si sente il bisogno di dare una
qualche copertura a decisioni altrimenti non difendibili) a volte
evidentemente inaccettabili (come quella di sostenere che chi ha
lavori in collaborazione e' scientificamente scarso senza entrare nel
merito dei lavori stessi). Inoltre da anni (e forse indipendentemente
dai nuovi meccanismi) le elezioni paiono a volte talmente ben pilotate
da avere l'effetto di elevare a giudici (dei lavori di giovani e meno
giovani attivi) colleghi che hanno abbandonato la ricerca da anni (o decenni)
e che sorprendentemente vengono eletti con votazioni quasi
plebiscitarie.
Questa politica e', di fatto, nell'interesse di alcuni dei gruppi
nazionali di ricerca, che forse proprio in essa trovano motivo di una
coesione che altrimenti non ci sarebbe, data la scarsa o nulla
partecipazione reale a progetti comuni di ricerca.
Anche sulla base dei risultati contesto che questo modo di procedere,
evidentemente contro gli interessi della ricerca, debba essere
appoggiato come "male minore" per riparare ai danni creati da politici
che, pur non avendo idee chiare su cosa sia la ricerca e
l'insegnamento, hanno imposto riforme di cui non sono stati (e non
sono) in grado di valutare le conseguenze.
E' chiaro che il danno che ne viene alla ricerca e alla cultura e'
immenso (anche nel ristretto ambito della Fisica Matematica che ci
riguarda direttamente): e' uno stimolo a cercare lavoro altrove, un
ostacolo all'acquisizione di giovani che non provengono da scuole ben
stabilite e inserite nei sistemi di "cordate" (uso la terminologia in
voga) controllate da colleghi i quali non hanno avuto investimento
alcuno in questo senso, un ostacolo all'acquisizione di ricercatori
formatisi all'estero.... Produce inoltre un sistema che spinge a
dipendere clientelarmente da colleghi in quanto in grado di
pilotare carriere (quasi inevitabilmente destinate a contribuire al
peggioramento del sistema).
Giovanni Gallavotti