Testo del breve intervento di Giovanni Gallavotti al convegno ``Il conflitto inesistente'' organizzato sul tema dell'insegnamento delle materie classiche nelle scuole secondarie e svoltosi presso l' Enciclopedia Italiana a Roma, alla presenza di alti rappresentanti del governo, 15--16 maggio 1998.

Il documento cui si fa riferimento e' il ``documento Maragliano'' (cfr http://www.bdp.it/mpi.htm) e il testo della conferenza del Ministro all' Accademia si trova a http://www.istruzione.it).

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Mi \`e stata richiesta una testimonianza sul ruolo avuto dalla mia educazione secondaria rispetto al lavoro da me svolto quale Fisico negli anni successivi, durante i quali l'attivit\`a di ricerca ha assorbito quasi interamente ogni mia attenzione e cura.

Pu\`o sorprendere qualcuno, certo l'estensore del documento di sintesi dei lavori della ``Commissione'', che quello che pi\`u mi \`e stato di aiuto non \`e stato per nulla lo studio, pur svolto da me in modo appassionato, delle discipline scientifiche, bens\`\i\ quello del Latino, Greco, Filosofia. E proprio lo studio di queste discipline intese come messa in opera e insegnamento del ragionamento astratto, avulso da immediate applicazioni, e che come tale fornisce gli strumenti essenziali per raggiungere qualsiasi conoscenza. 

Senza lo sviluppo delle capacit\`a deduttive e induttive della mente non \`e posibile alcuna originalit\`a o profondit\`a in {\it qualsiasi disciplina}. Senza la formazione classica ancora vedrei la Scienza non come una disciplina viva, in divenire continuo, riflettente le esigenze della societ\`a (nel bene come nel male), ma come un'arida sequenza di lemmi, teoremi, fatti, constatazioni e regole di comportamento e di valutazione. 

\`E quindi con grande preoccupazione che vedo i progetti in atto, di un ``rinnovamento'' della Scuola, nel senso discusso dalla Commissione Maragliano, e dell'Universit\`a. 

Sono rimasto assai sorpreso alla lettura del cosidetto ``documento di sintesi'' perch\`e vi ho visto lo spettro degli anni post-68 riapparire e mostrarsi nelle vesti di un documento ufficiale ad altissimo livello. 

Il linguaggio, contorto, prolisso, ripetitivo, a volte privo di senso anche letterale mi richiama i discorsi che sopportai negli anni successivi alla contestazione del 68. Sembra che ora i peggiori prodotti di quel tempo siano nobilitati, riconosciuti e rischino di essere imposti a tutti. A parte la confusione delle idee esposte, il progetto \`e di rendere la ``nuova Scuola`` pi\`u adatta ai tempi ``abbandonando la sequenza tradizionale lezione-studio individuale- interrogazione per dar vita a una comunit\`a di discenti e docenti..'', e cos\`\i\ via in perfetto stile sinistrese, ``valorizzandone'' gli aspetti ludici, e ponendone il fondamento su ``buoni testi di divulgazione'', e ancora varie amenit\`a. 

In altre parole lo studio deve essere facile; dunque via la Storia antica, inutile, via la Filosofia, peculiarit\`a della Scuola italiana, via il Latino e Greco, se non per quel che di moderno si pu\`o riconoscere in loro (a quanto pare, anche dal discorso del Ministro all'Accademia, in fondo nulla). Forse via la Matematica. Dentro l'Inglese ``veicolare'', ormai necessario anche per capire giornali, telegiornali, variet\`a televisivi e quindi assai utile! 

Spazio ai prodotti ``multimediali'': qui \`e un punto dolente. I burocrati italiani, e non solo, hanno timore e riverente rispetto per il mondo della tecnologia, specie elettronica, specie se in mano a monopoli che ci rifilano prodotti costosissimi e di qualit\`a non pari ai costi. Che ravvisano nella Scuola un importante punto di vendita dei loro prodotti (calcolatori desueti, con sistemi operativi costosi, che necessitano di prodotti informatici costosi). Ma non si rendono conto che se c'e' qualcosa che non \`e necessario insegnare ai giovani questo \`e proprio l'uso di questi mezzi, almeno non al livello dei ``media'' e dei ``clic'' vari. Si vuole usare la Scuola per insegnare la sola cosa che non \`e necessario insegnare: l'uso dei mezzi di calcolo e i vari strumenti elettronici nelle loro applicazioni meno interessanti, o pi\`u banali. 

Si vede anche il tentativo goffo di imitare modelli esteri, ad esempio USA, dove \`e noto a chiunque che la Scuola non funziona. Ma negli USA, come in Francia non c'\`e la finzione che la Scuola sia uguale per tutti. Li si \`e coscienti che la Scuola \`e un formidabile meccanismo di selezione. Qui in Italia, dove la Scuola ancora produce studenti di grande preparazione e con interesse per lo studio e il lavoro, un ulteriore abbassamento del livello avrebbe come unico effetto quello di produrre una selezione feroce, cosa assai sorprendente da parte di un governo (anche se forse il migliore fra quanti io ricordi) che si vuole attento ai problemi dei meno abbienti. I pi\`u si troveranno impreparati al momento della scoperta che la vita non ha nulla a che fare con il giochi, ``interessanti e formativi'', che sono stati propinati nelle scuole. 

Colpisce che l'appiattimento proposto venga accompagnato dal completo disinteresse per la conseguenza ovvia: in Italia si rinuncer\`a, per seguire parole d'ordine insensate suggerite dai documenti in questione, alla capacit\`a produttiva intesa come capacit\`a produttiva di novit\`a nelle Scienze, nelle Arti e nella Tecnica. Gli italiani sono condannati a vivere del lavoro altrui, con tutti i ricatti e problemi che questo implicher\`a. Comprare i brevetti significa essere meno liberi. Formare tecnici in grado solo di ``fare clic'' su uno schermo pu\`o solo portare alla sterile sudditanza ai ``padroni delle tecnologie''. Qui non siamo in USA dove la Scuola cattiva \`e supplita dall'importazione di stranieri che invece hanno frequentato scuole formative: in Italia si frappongono tutti gli ostacoli possibili all'ingresso di forze esterne nel mondo della Scuola, Universit\`a e ricerca. E comunque in USA esistono scuole buone, anche se inaccessibili ai pi\`u ma in numero sufficiente alle necessit\`a. Non siamo in Francia in cui tutti gli studenti hanno la consapevolezza che, ove non frequentino certe scuole (in linea di principio gratuite ma di accesso selettivo in base alle ``capacit\`a'' dimostrate), non avranno uguali possibilit\`a nella vita. 

In Italia un declassamento della Scuola significa l'emarginazione di un intero paese, con grande sollievo dei concorrenti. Quando dei classici, della loro importanza formativa e delle loro opere, si sar\`a perduta memoria (questo rester\`a quando del Latino si proporranno solo i testi ``pi\`u rilevanti'') non ci resteranno che la pizza e gli spaghetti, da esportare. 

Come proposta di metodo mi permetto di suggerire ai residui del 68, oggi in posizioni chiave grazie alla richiesta di rinnovaento che proviene da tutti, di abbandonare il sinistrese e rendersi conto che la riforma della Scuola \`e un problema serio: che non \`e la stessa cosa studiare un argomento a 15 o a 25 anni. Il momento dell' apprendimento serio, non ``quale gioco'', deve avvenire in giovane et\`a. Sembra inevitabile mantenere una distinzione del livello dell'istruzione in funzione delle diverse scuole: che sia chiaro che scegliere una scuola invece che un'altra fornisce preparazione e prospettive differenti. Evitando ovviamente odiose distinzioni per censo, superate certo dai tempi; ma con la consapevolezza che finch\`e si accetta che nella societ\`a civile coesistano criminalit\`a organizzata (e nota), sfruttamento del lavoro di stranieri fatti venire proprio per essere sfruttati, periferie squallide e senza servizi, burocrati inetti, allora la Scuola uguale per tutti \`e una finzione insostenibile e dannosa per tutti. 

Giovanni Gallavotti 
(Professore ordinario di ``Meccanica Superiore'', 
Universit\`a La Sapienza, 
Dipartimento di Fisica, Roma) 

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